Dal 1° ottobre 2025 l’Italia ha compiuto un passo storico nella tutela della salute pubblica: il Senato ha approvato in via definitiva la legge che riconosce l’obesità come malattia cronica. Un cambiamento normativo di grande rilievo, che segna una svolta culturale e sanitaria nel modo di affrontare una condizione che coinvolge milioni di persone. Il riconoscimento ufficiale dell’obesità come patologia consente infatti ai pazienti di accedere alle prestazioni sanitarie incluse nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e prevede l’istituzione di un programma nazionale per la prevenzione e la cura dell’obesità, basato su ricerca, informazione e percorsi di trattamento strutturati.
Questa nuova cornice normativa rafforza un concetto fondamentale: l’obesità non è una colpa individuale, ma una condizione complessa, influenzata da molteplici fattori biologici, ambientali, sociali e alimentari. Comprenderne le cause, i problemi associati e le strategie di cura è il primo passo per intervenire in modo efficace e duraturo. In questo contesto, l’alimentazione – e in particolare la qualità dei carboidrati – gioca un ruolo centrale, sia nella prevenzione sia nel mantenimento del peso nel lungo periodo.
- Come si misura l’obesità e quali sono i diversi gradi
- La dieta e l’esercizio fisico da soli sono sufficienti per perdere peso?
- È possibile curare l’obesità
- Come mantenere il peso perso nel tempo
Come si misura l’obesità e quali sono i diversi gradi
Per parlare correttamente di obesità è necessario partire da criteri oggettivi. Il parametro più utilizzato in ambito clinico e di ricerca è l’Indice di Massa Corporea (IMC o BMI), un valore che mette in relazione peso e altezza. Il BMI si calcola dividendo il peso (in chilogrammi) per il quadrato dell’altezza (in metri) e consente di classificare lo stato ponderale di una persona adulta.
Secondo le linee guida internazionali:
- un BMI compreso tra 18,5 e 24,9 indica normopeso, spesso associato al cosiddetto peso ideale;
- tra 25 e 29,9 si parla di sovrappeso;
- oltre 30 si entra nella condizione di obesità, suddivisa a sua volta in diversi gradi.
L’obesità di I grado (BMI 30–34,9), di II grado (BMI 35–39,9) e di III grado o grave (BMI ≥ 40) comporta rischi progressivamente maggiori per la salute. È importante sottolineare che il BMI non racconta tutta la storia: non distingue tra massa grassa e massa magra e non considera la distribuzione del grasso corporeo. Tuttavia, resta uno strumento utile per individuare precocemente situazioni di rischio e avviare percorsi di prevenzione.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha evidenziato come l’obesità non colpisca in modo uniforme la popolazione. Le donne obese, ad esempio, possono sperimentare conseguenze specifiche, come alterazioni ormonali, difficoltà riproduttive e un rischio aumentato di alcune patologie. Questo conferma quanto sia necessario un approccio personalizzato, che tenga conto non solo di peso per altezza, ma anche di età, sesso, stile di vita e condizioni cliniche individuali.
La dieta e l’esercizio fisico da soli sono sufficienti per perdere peso?
Una delle domande più frequenti quando si parla di obesità riguarda l’efficacia di dieta ed esercizio fisico. Mangiare meno e muoversi di più è davvero sufficiente? La risposta, supportata dalla letteratura scientifica, è più complessa di quanto sembri.
Nei casi di sovrappeso lieve, un miglioramento dello stile di vita può portare a risultati significativi. Tuttavia, quando si parla di obesità conclamata, entrano in gioco meccanismi biologici che rendono la perdita di peso e il suo mantenimento più difficili. Il corpo degli obesi tende infatti a difendere il peso raggiunto attraverso adattamenti metabolici, ormonali e neurologici che aumentano la fame e riducono il dispendio energetico.
Questo non significa che dieta ed esercizio siano inutili, ma che non possono essere affrontati in modo improvvisato o restrittivo. Le diete drastiche, soprattutto se povere di nutrienti e fibre, portano spesso a un calo di peso rapido ma temporaneo, seguito da un recupero che peggiora i problemi metabolici. In questo scenario, la qualità degli alimenti diventa fondamentale.
Un’alimentazione equilibrata, basata su carboidrati complessi, proteine adeguate e grassi di qualità, aiuta a controllare la glicemia, la sazietà e l’energia disponibile. Le fibre alimentari, in particolare, svolgono un ruolo chiave nel rallentare l’assorbimento degli zuccheri e nel migliorare il senso di pienezza, supportando un approccio sostenibile alla perdita di peso. È qui che il cibo smette di essere un nemico e diventa uno strumento di prevenzione e cura.
È possibile curare l’obesità?
Con il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica, la domanda “è possibile curarla?” assume un significato nuovo. Come accade per altre patologie croniche, non si parla di guarigione definitiva, ma di gestione nel lungo periodo. L’obiettivo non è solo la riduzione del peso, ma il miglioramento dello stato di salute complessivo e la prevenzione delle complicanze.
Le cause dell’obesità sono molteplici: predisposizione genetica, ambiente obesogenico, sedentarietà, abitudini alimentari scorrette, fattori psicologici e sociali. Proprio per questo, la cura deve essere multidisciplinare e personalizzata. I percorsi più efficaci integrano educazione nutrizionale, supporto psicologico, attività fisica adattata e, nei casi selezionati, terapia farmacologica o chirurgica.
La nuova legge rafforza questo approccio, favorendo l’accesso a percorsi strutturati e basati sull’evidenza scientifica. La ricerca gioca un ruolo essenziale nello sviluppo di strategie sempre più mirate, capaci di intervenire non solo sul peso, ma anche sui meccanismi che portano all’aumento ponderale.
In questo contesto, il ruolo dell’alimentazione resta centrale. Non si tratta di “mangiare meno”, ma di mangiare meglio, scegliendo alimenti che supportino il metabolismo e riducano l’infiammazione cronica spesso associata all’obesità. Un approccio alimentare equilibrato può contribuire in modo concreto alla gestione della malattia, migliorando la qualità della vita e riducendo i rischi a lungo termine.
Come mantenere il peso perso nel tempo
Per molte persone, la vera sfida non è perdere peso, ma mantenere il risultato ottenuto. Le statistiche mostrano che una percentuale significativa di chi dimagrisce recupera i chili persi entro pochi anni. Questo fenomeno non è una mancanza di forza di volontà, ma il risultato di adattamenti fisiologici che spingono l’organismo a tornare al peso iniziale.
Mantenere il peso richiede un cambiamento stabile delle abitudini, non soluzioni temporanee. L’attività fisica regolare, anche moderata, aiuta a preservare la massa muscolare e a sostenere il metabolismo. Allo stesso tempo, un’alimentazione ricca di fibre e povera di zuccheri semplici contribuisce a controllare l’appetito e a stabilizzare i livelli energetici.
Un altro aspetto spesso sottovalutato è la consapevolezza alimentare. Imparare a riconoscere i segnali di fame e sazietà, gestire lo stress e costruire una relazione equilibrata con il cibo sono elementi fondamentali per evitare ricadute. In questo senso, il mantenimento del peso ideale non è un traguardo statico, ma un percorso dinamico che accompagna la persona nel tempo.
La prevenzione dell’obesità passa anche da qui: educare a uno stile di vita sostenibile, che permetta di evitare cicli continui di perdita e recupero del peso, responsabili di ulteriori problemi metabolici.